Roma, 10 luglio 2005



Al presidente e ai membri

del Collegio Didattico Lingue e Linguistica

Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi Roma Tre

via Ostiense, 236

00146 Roma


p.c. al Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia
       Sede


Mi è giunta una richiesta di chiarimenti da parte dei rappresentanti degli studenti la quale, come una frustata, mi a svegliato da 30 anni di torpore e di sopportazione di comportamenti umilianti da parte di alcuni componenti di questo Consiglio. Nel rispondere ai rappresentanti con la seguente lettera aperta, chiedo formalmente al Consiglio di fare in modo che questi comportamenti non si verifichino più.


Nella loro email i rappresentanti mi chiedono perché, se intervengo io nei Consigli in favore di una loro rivendicazione, produco un effetto quasi controproducente. Scrivono:


Da: studenti_lci <studenti_lci@libero.it>

Data: Sun, 10 Jul 2005 12:40:48 +0200


"abbiamo notato, ormai da tempo, che durante i consigli i suoi colleghi docenti assumono atteggiamenti del tutto irrispettosi nei suoi confronti.  Siamo alquanto interdette e ci chiediamo il perché di tutto questo...  Ogni volta che lei prende parola infatti, si apre il sipario ad un inquietante teatrino, caratterizzato da smorfie e sbuffi iniziali, seguiti da girate di occhi... chi si alza e se ne va...  dialoghi e chiacchiericci tra docenti che, a tal fine, si spostano da una sedia all'altra! ...  riteniamo che siano comportamenti profondamente anti educativi per noi studenti..."


I rappresentanti gentilmente NON mi chiedono di astenermi dal fare interventi in favore delle loro proposte in futuro, per quanto essi possono essere controproducenti. Nel ringraziarli, li assicuro che soppeserò bene la tempestività dei miei interventi in futuro.


Ma il ritratto che loro dipingono delle nostre riunioni mi ha scosso nella sua cruda veridicità. Ho visto -- come in uno specchio -- la figura che faccio... ahimé, da anni. Ora basta. Questi comportamenti insultanti non devono più avere luogo. Non li accetterò più bonariamente, scherzandoci sopra, infischiandomene, magari immaginando persino di avere delle colpe, come stupidamente ho fatto fino ad oggi.


Tutti i docenti di tutte le università del mondo hanno subito angherie di questo tipo in un momento o altro della loro carriera universitaria. Ma non in queste proporzioni e non per 30 anni di fila. Non come azione concertata di isolamento e di denigrazione anche al di fuori della propria facoltà, con grave ricadute personali e carrieristiche.


Avendo finalmente avuto la nomina di professore associato tre mesi fa -- all'età di 64 anni -- mi illudevo che i decenni di angherie fossero finite. In fondo, pur sapendo che non avevo per nulla rinnegato la mia posizione critica verso gli attuali ordinamenti del Corso di Laurea in lingue o le mie richieste di dare maggiore spazio e maggiori risorse all'insegnamento vivo delle lingue come disciplina cardinale del triennio, l'università aveva ciò nonostante accettato di accogliermi tra i docenti ufficiali della Facoltà. Avevo dunque acquisito -- o così pensavo -- maggiore voce in capitolo.


A quanto pare, ho sbagliato.


Certo, da qualche anno non si usano più gli insulti verbali di una volta. Anzi, ci si limita al tipo di boicottaggio descritto nella email dei rappresentanti. Si fa addirittura ricorso a tecniche "bonarie" come quella usata alla festa che alcuni di noi "neo-promossi al ruolo di professore ufficiale" avevamo recentemente organizzata. Avevo chiesto, con largo anticipo, di poter sfruttare l'occasione per spiegare ai colleghi presenti le tematiche delle mie ricerche. (Pochi sono al corrente in quanto la maggior patte non legge le riviste scientifiche in cui appaiono le mie ricerche e non viene alle conferenze dipartimentali in cui le presento). L'intervento era troppo serio per un'occasione festiva? Può darsi. Ma l'avevo chiesto come favore. Dopo 30 anni. Per una volta. Invece dopo neanche tre minuti sono stato "bonariamente" trascinato al mio posto. Notate il momento scelto: proprio quando sono passato da considerazioni teoriche alle loro applicazioni pratiche nella... didattica della lingua viva.


Insisto su questo punto per rispondere alla domanda dei rappresentanti: "perché tutto questo?"


Vedete, i miei (non frequenti) interventi al Consiglio sono generalmente ben accolti quando parlo di qualsiasi tema tranne uno: l'insegnamento della lingua viva nel corso di laurea in lingue. Può sembrare un controsenso ma è così.


Anzi, vi dirò di più: in oltre 30 anni di servizio non mi sono mai immischiato nelle guerre tra fazioni che contraddistinguono tutte le facoltà universitarie. Mi sono sempre tenuto fuori. Né mi sono ingaggiato in polemiche personali con singole colleghe, come fanno tanti. Esiste un'unica fonte di attrito, dunque, una sola: il mio giudizio sul modo in cui vengono insegnate le lingue nella nostra facoltà.


"Maccome?!" -- mi direte --"Non è possibile. Per un tema così astratto un boicottaggio così esagerato?" Invece sì, è proprio così. Anzi, più che boicottaggio, un vero linciaggio: in passato si vociferava ai colleghi, per allontanarli da me, che ero un filo-brigatista rosso piazzato per indicare i bersagli da far fuori, un agente della CIA venuto per sabotare l'Università e il paese, un picchiatore fascista da cui avere paura, un sobillatore professionista che incitava gli studenti a ribellarsi contro una programma di studio che invece amavano e rispettavano. Ad ognuno si diceva ciò che poteva fare maggiormente effetto. E perché tutte queste menzogne, tutte queste infamie, se non ero coinvolto nelle solite beghe accademiche o lotte carrieristiche tra docenti, che a quanto sembra, siano le uniche cose che fanno davvero scattare le ire? Per il semplice motivo che formulavo (e continuo a formulare) le seguente quattro opinioni, ognuna meritevoli di anatema:


1. Dal 1972 al 1980 gli assistentati di varia natura concessi generosamente dal Ministero per rinforzare l'insegnamento delle lingue sono stati usati invece per creare unicamente ulteriori posti di insegnamenti letterari. In altre parole, agli studenti venivano negati docenti ufficiali per l'insegnamento delle lingue (che pur rappresentava metà di ogni cattedra di Lingua e Letteratura Straniera) malgrado l'assegnazioni di numerossisimi assistentati. All'epoca ho asserito -- e oggi ripeto -- che a mio avviso questa pratica costituisce una truffa aggravata e continua ai danni degli studenti e dello Stato -- se non giuridicamente, perlomeno politicamente. Si può essere di parere diverso, ma questa è la mia opinione.


2. La stessa cosa succede oggi, dopo la creazione da parte del Ministero di cattedre di solo Lingua Straniera (al posto delle vecchie cattedre di Lingua e Letteratura Straniera). Queste nuove cattedre non vengono date a chi si è specializzata nell'insegnamento vivo delle lingue e ciò (1.) perché mancherebbero candidati con le qualifiche necessarie oppure (2.) perché l'insegnamento della "lingua viva" non sarebbe da considerarsi materia di docenza universitaria. Io ritengo invece che si tratta di un abuso di potere che vanifica volutamente la razio della legge istitutiva del nuovo tipo di cattedra. Si può essere di parere diverso, ma questa è la mia opinione.


3. Più in generale, da 1952, cioè da quando si sono creati i primi corsi di laurea in lingue all'interno delle Facoltà di Lettere, gli altri corsi di laurea umanistici hanno istituito, tramite regolamenti interne oppure tramite tabelle ministeriali teleguidate, una serie di vincoli che "dirottano" gli studenti di lingue verso i loro insegnamenti, impedendo agli studenti di lingue di ricevere una formazione propria. Per usare un linguaggio forte -- ma questo è la mia opinione e rivendico il diritto di poterla dire -- il parco di studenti di lingua viene utilizzato come carcassa da depredare per mantenere in vita parassitariamente insegnamenti che non attirano più studenti. E' anche questo un abuso di potere.


4. Per coprire gli insegnamenti di lingua, in assenza di docenti ufficiali, si è istituito nel 1952 la figura del Lettore di ruolo, diventato presto lettore a contratto (che non diventerà mai di ruolo) senza alcun status accademico: non ha fondi di ricerca, non può partecipare ai Consigli, occupa una stanza a turni con altri 30 colleghi, non può firmare verbali, riceve metà stipendio rispetto ad un docente ufficiale, e via discorrendo. Per giustificare l'affidamento dell'insegnamento delle lingue a figure così marginali, l'università sostiene -- anche in sede internazionale -- la tesi secondo cui tale insegnamento non ha dignità di materia disciplinare, è solo una conoscenza tecnica come la dattilografia. A mio parere questa tesi scredita invece -- linguisticamente e gnoseologicamente -- chi la sostiene, cioè l'università italiana. Inoltre priva gli studenti della formazione qualificata nella lingua viva di cui necessitano. Priva il paese di laureati capaci di rappresentare -- in termini che un interlocutore straniero possa apprezzare pienamente -- i prodotti d'ingegno realizzati qui: ai danni economici, dunque, si aggiunge la perdita del prestigio nazionale. In conclusione, ritengo che la tesi della "non disciplinarietà" dell'insegnamento vivo delle lingue sia una falsità scientifica e, se portata avanti per fini secondari, una truffa anch'essa.


E basta. Avrete notato che non ho tirato in ballo (né tiro in ballo) nessun collega singolarmente poiché a mio parere facciamo parte tutti quanti del meccanismo infernale descritto, me stesso compreso (nel ruolo di cattiva coscienza inascoltata). Ecco dunque le quattro affermazioni che hanno provocato 30 anni di insulti, di diffamazioni, di ostracismo, di perdita di carriera e, ahimé, per anni di autostima. Certo, sono consapevole di usare un linguaggio forte. Ma quello che avete appena letto non è né più ne meno di quello che dico da 30 anni, solitamente con meno enfasi e mai con più. Perché allora l'università continua ad avere la coda di paglia invece di alzare le spalle e lasciarmi dire ciò che è libera di considerare "farneticazioni"?


Abbiamo finito. Non c'è altro da confessare. Non ci sono scheletri nell'armadio, Adesso voi rappresentanti sanno le grave colpe che espio da anni e il motivo per il quale, proprio quando parlo dell'insegnamento delle lingue nel Consiglio o altrove, si scatenano le reazioni di censura. Queste quattro opinioni, anche formulate indirettamente, non si devono dire. Non si devono discutere. Non si devono nemmeno pensare.


Invece nel poco tempo che mi è rimasto all'università intendo dirle, ogni volta che serve. E intendo denunciare puntualmente qualsiasi ritorno alle vecchie pratiche di censura o di denigrazione dietro le spalle. In fondo, poter dire liberamente ciò che si ritiene vero è non solo il fondamento della convivenza democratica, è anche essenziale per una sana gestione della cosa pubblica. Il medico pietoso fa la piaga verminosa. Rinsaniamo quel malato cronico che è l'insegnamento delle lingue all'università cominciando col tollerare che se ne parli.



Patrick Boylan